• Le grandi sfide del mercato del lavoro
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    Il lavoro che serve

    Riportare al centro del dibattito pubblico il tema del lavoro è prioritario per piccole e grandi imprese. Ma è necessario intervenire con strumenti efficaci e inclusivi

    Un milione e centomila occupati in più in cinque anni. Il dato Istat (elaborato dall'Ufficio Studi di Confartigianato Imprese) da cui partire per parlare di lavoro è questo. 
    Da settembre 2013 a febbraio 2019 il totale dei dipendenti nelle imprese italiane è cresciuto del 7,6% (sono quasi 18 milioni ndr.), di cui 368mila sono nuovi contratti a tempo indeterminato e 899mila (+41,9%) a termine. 
    Gli indipendenti superano invece i 5 milioni e gli effetti del nuovo regime forfettario agevolato con tassa piatta al 15% (in maggio il Mef, Ministero dell'economie e delle finanze, ha registrato +200mila partite Iva aperte ndr.) così come previsto dalla Legge di Bilancio 2019, potrebbe aumentarne ancora il numero. 
    Se dal quadro complessivo  concentriamo poi la nostra attenzione sui flussi dell'ultimo anno - da marzo 2018 a marzo 2019 - notiamo un aumento del ricorso ai contratti a termine pari a +65mila unità e un sostanziale stallo dei contratti a tempo indeterminato, con un calo dei disoccupati (-7,3% rispetto all'anno precedente) e degli inattivi (-0,3%) tra i 15 e i 64 anni.

    Il lavoro che serve - un evento il 19 giugno

    Mercoledì 19 giugno (ore 20.30) Lapam ospiterà un dibattito gratuito e aperto al pubblico sui grandi temi che interessano il mondo del lavoro - per saperne di più

    Come valutare questi dati?

    Gli ultimi due trimestri del 2018 hanno sostanzialmente arrestato la ripresa iniziata nel 2015, rallentando un ciclo economico positivo che ha visto nell'aumento costante dell'export e degli investimenti produttivi (circa 10 miliardi ndr.) gli indicatori più incoraggianti. 
    D'altro canto sul fronte politico il tentativo di stabilizzazione del lavoro percorso negli ultimi anni, pur con orientamenti e colori differenti, non ha sortito gli effetti sperati, scontrandosi con la difficoltà delle imprese e con una situazione economica ancora incerta. 
    Sgravi contributivi per le nuove assunzioni e riduzione della tutela reintegratoria prevista dall'articolo 18 da un lato (governo Renzi), ripristino delle causali per i contratti a tempo determinato dall'altro (governo Conte), non hanno insomma generato i risultati auspicati.
    Come ha ricordato Anna Montanari in un recente articolo  pubblicato da "il Mulino", il Jobs Act ha sì aumentato la flessibilità a favore di imprese e lavoratori, mancando però l'altro obiettivo fondamentale  dell'architrave impostato dal governo di centro sinistra: restituire slancio e sostanza alle politiche attive attraverso l'Agenzia nazionale per il lavoro (ANPAL), strumento sostanzialmente inefficace a causa della "totale assenza di investimenti in termini di risorse umane, finanziarie e strumentali". 
    Allo stesso modo la legge Dignità approvata dal governo giallo verde nell'agosto del 2018 non ha contribuito ad aumentare il ricorso a contratti a tempo indeterminato da parte delle imprese, quanto piuttosto a strumenti alternativi come lo staff leasing , mentre sul fronte delle politiche attive del lavoro il reddito di cittadinanza sembra rispondere ad esigenze di contrasto alla povertà, più che di reintegro e contenimento della disoccupazione. 
    Come ha giustamente sottolineato Dario Di Vico sul Corriere della Sera, il dilemma tra esigenze pubbliche di stabilizzazione e di flessibilità aziendale rimane dunque irrisolto. 

    Cosa manca?

    Oltre all'auspicato taglio del cuneo fiscale a mancare è una visione d'insieme che tenga conto della trasformazione in atto nelle filiere produttive, alle prese con la quarta rivoluzione industriale. 
    A questo proposito il centro studi Adapt, ospite con il professor Michele Tiraboschi all'evento Lapam del 19 giugno a Reggio Emilia, propone un ripensamento complessivo dei sistemi di welfare e di relazioni tra imprese e lavoratori.
    Da una parte favorendo processi di transizione tra fasi diverse della vita di ciascun lavoratore (lavoro/formazione/riqualificazione), dall'altra incentivando soluzioni di contrattazione aziendale come quelle adottate da Confindustria e sindacati con il "Patto per la fabbrica" e - aggiungiamo noi - contrastando efficacemente l'utilizzo di contratti proposti da organizzazioni poco o per nulla rappresentative. 


    Anche sul fronte dell'artigianato e della piccola impresa è necessario intervenire con convinzione sul fronte della formazione e del rapporto tra scuola e lavoro, superando pregiudizi culturali che ostacolano lo scambio proficuo tra aula e azienda. 
    Proprio per questo è controproducente la scelta operata dall'attuale governo di dimezzare ore e fondi alla formazione in impresa così come previsto dalla cosiddetta "Alternanza scuola lavoro" (oggi ribattezzata "percorsi per le competenze trasversali e per l'orientamento" ndr.).
    A risentire di questo ennesimo riassetto legislativo sono infatti le piccole e micro imprese meno organizzate e capaci di incidere nella programmazione scolastica dei singoli istituti, a differenza di realtà più strutturate capaci di proporre percorsi di alternanza confezionati "ad hoc". 
    Allo stesso tempo è importante individuare percorsi di formazione specifici, potenziando i percorsi finanziati tramite fondi Europei o attraverso gli Enti bilaterali, rivolti al personale delle piccole imprese. 

    Il caso Emilia Romagna

    Certo - e per fortuna - non mancano casi virtuosi.  Grazie ad un mix di politiche pubbliche efficaci e all'affermazione di una solida classe imprenditoriale, la nostra regione ha saputo affrontare meglio di altre le difficoltà imposte dalla crisi economica e dalla trasformazione tecnologica in atto. 
    L'utilizzo delle risorse del Fondo Europeo di Solidarietà attraverso il "Patto per il Lavoro" e il "Patto Giovani Più", ha infatti permesso di centrare risultati significativi. Basti rifarsi al tasso di occupazione medio in Emilia Romagna, oggi al 69% nella fascia d'età 15 - 64 anni, secondo solo a quello del Trentino Alto Adige e alla conseguente riduzione della disoccupazione scesa dal 9% del 2015 (anno in cui è stato siglato il "Patto per il Lavoro" con 50 stakeholders locali ndr.) al 6,4% del secondo trimestre 2018.
    O ancora alla presenza di 400 medie imprese, 19 distretti industriali e 3 multinazionali (tutte nell'industria agroalimentare ndr.) che ha permesso alle filiere produttive emiliano romagnole di mantenere gli indicatori di export (58,5 miliardi nel 2017 +6,8% rispetto al 2015) e Pil in territorio positivo. 
    Il mix generato da una strategia "com-prensiva", quella impostata da Viale Aldo Moro, e dalla presenza di un tessuto produttivo competitivo, ha permesso all'Emilia Romagna di governare la complessità del momento. Un esempio interessante a cui far riferimento.


    Il lavoro che serve - un evento il 19 giugno

    Mercoledì 19 giugno (ore 20.30) Lapam ospiterà un dibattito aperto al pubblico sui grandi temi che interessano il mondo del lavoro: dalla formazione alle politiche attive, dalla contrattualistica alle nuove tecnologie, passando attraverso le numerose riforme che hanno interessato imprese e lavoratori negli ultimi anni. 

    Ospiti del dibattito:

    - Francesco Cancellato (l'Inkiesta)
    - Marco Bentivogli (segretario generale Fim-Cisl)
    - Michele Tiraboschi (professore di diritto del lavoro UNIMORE)
    - Annalisa Magone (presidente di Torino Nord Ovest)
    - Marco Granelli (presidente di Confartigianato Emilia Romagna)

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    Il lavoro che serve: lo speciale su Imprese & Territorio

    Ne abbiamo parlato anche sul nostro giornale Imprese & territorio:


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