• “Ripartire dopo Covid-19? Solo se lo sviluppo diventa sostenibile”
    enrico giovannini

    Enrico Giovannini è reduce dal lavoro come membro della commissione Colao per la ripartenza, un ruolo assunto - come del resto per i suoi colleghi - a titolo completamente gratuito. È soprattutto portavoce di Asvis, lAlleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Lo abbiamo raggiunto per un’intervista. 

    Professore, a che punto è il cammino dello sviluppo sostenibile nel nostro Paese? E come l’emergenza del Covid 19 ha impattato su questo percorso che, come tutti possiamo vedere, è così centrale?
    Basti pensare ai cambiamenti climatici sotto il profilo ambientale e alle crescenti tensioni sociali nel mondo e anche nel nostro Paese.

    «L’Italia prima della crisi non era su un sentiero di sviluppo sostenibile. Gli indicatori che pubblichiamo periodicamente come ASviS mostravano non solo la forte distanza sugli obiettivi prefissati per il 2030, ma anche peggioramenti significativi per alcune aree. Tutta l’area sociale, rispetto al 2010, è peggiorata a causa delle ripetute crisi. E poi la condizione degli ecosistemi terrestri. Possiamo dire che la situazione non era certamente tranquilla. Dopodiché la crisi ha impattato duramente: come abbiamo mostrato nel Rapporto pubblicato il 5 maggio, ci sono vari obiettivi di sviluppo sostenibili che sono colpiti in modo molto duro. A partire da quello sulla povertà, la salute naturalmente, l’educazione, l’obiettivo 8 relativo al reddito e all’occupazione, il 9 quello sulle imprese, l’innovazione e le infrastrutture. E i piccoli miglioramenti sulle questioni ambientali, oppure sulla riduzione dei furti e degli incidenti stradali come effetti del lockdown, possiamo definirli solo transitori, a meno che non cambi il modello di sviluppo. La crisi sta facendo male allo sviluppo sostenibile, non solo in Italia ma in tutto il mondo».

    Come sta rispondendo l’Europa a questa emergenza? A suo modo di vedere l’Unione Europea può essere il motore di una ripartenza mondiale che tenga conto di un nuovo modello di sviluppo sostenibile?
    «L’Europa è il luogo più sostenibile al mondo; ciò nonostante, anche essa non è sul sentiero fissato dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Bisogna sottolineare come la nuova Commissione, guidata da Ursula von der Leyen, avendo assunto i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 come architrave delle proprie politiche, ha proposto cambiamenti rilevanti. A partire dal Green New Deal, dalla lotta alle disuguaglianze, dall’aumento degli investimenti per innovazione e ricerca. Va lodata la Commissione per questo sforzo e anche perché, nel disegnare le strategie di rilancio dopo la crisi del Covid-19, ha mantenuto la barra dritta su questi obiettivi. La Commissione sta tenendo una posizione molto coerente anche nella discussione di queste settimane sulla struttura del bilancio europeo per il 2021/27 e sul cosiddetto Recovery Fund, che in modo più appropriato ha voluto chiamare Next Generation Ue Fund, proprio perché l’intento è di migliorare le condizioni delle nuove generazioni da qui in avanti e cambiare modello di sviluppo.

    In più, l’Europa può giocare un ruolo molto importante anche per lo sviluppo sostenibile del mondo intero. Questo perché ha rapporti commerciali con tutto il mondo e può orientare, per esempio imponendo la carbon tax alle frontiere come è stato proposto, i comportamenti degli altri paesi, sia perché nei rapporti commerciali può imporre clausole per far rispettare i diritti umani e quelli dei lavoratori, nella produzione di beni e servizi che poi vengono importati dall’Unione. L’Europa è certamente al momento, sia nei fatti sia nella prospettiva politica, l’area più avanzata nel mondo per lo sviluppo sostenibile, anche perché altre aree, come ad esempio gli Stati Uniti con la presidenza Trump, hanno fatto notevoli passi indietro».
     

    Veniamo alle piccole e alle medie imprese. Quale ruolo possono giocare in questo campo? Possono le imprese di questo genere ‘fare’ sviluppo sostenibile? E se sì come?
    «Intanto dobbiamo dire che molte piccole e medie imprese italiane già praticano lo sviluppo sostenibile non solo dal punto di vista ambientale ma anche sociale, dato che è un approccio connaturato a una certa cultura imprenditoriale italiana. Purtroppo, però, una parte dell’imprenditoria italiana si è molto appiattita negli ultimi 40 anni sull’approccio anglosassone del neoliberismo, tutto basato sulla minimizzazione dei costi. Le ultime indagini Istat mostrano come il 70% delle imprese italiane faccia qualcosa riconducibile ai principi dello sviluppo sostenibile. Il problema però non è fare qualcosa ma trasformarsi in maniera pienamente sostenibile. Questo vuol dire orientarsi all’economia circolare, assicurare un impatto ambientale minimo se non nullo. Questo richiede certamente investimenti: anche i dati più recenti dell’Istat mostrano che tante imprese stanno rivedendo le proprie strategie post Covid-19 nella direzione della sostenibilità. Da questo punto di vista contano moltissimo le filiere, e quindi l’atteggiamento delle grandi imprese».

    Ma come indirizzare le medie e le piccole? 
    «Qui purtroppo c’è stato un grave errore del governo che, nel 2016, ha imposto solo a una minoranza, circa 220 imprese italiane, l’obbligo della dichiarazione non finanziaria (Dnf), mentre anche il presente quadro politico ancora non è riuscito a fare quello che ha fatto la Spagna già da un anno e mezzo, ovvero di allargare gradualmente l’obbligo di questa rendicontazione anche alle medie imprese. Perché questo è importante? Lo si è visto proprio nell’esperienza delle grandi imprese che già facevano bilanci di sostenibilità: con l’introduzione dell’obbligo della Dnf la situazione è cambiata, con un impegno “a tutto tondo”. Il bilancio di sostenibilità, infatti, obbliga le imprese a cambiare in profondità il modo di funzionare, tra l’altro nella direzione auspicata dalla finanza sostenibile, che è la componente più dinamica della finanza internazionale. Se vogliamo usufruire dei fondi europei bisognerà andare in quella direzione, se vogliamo le risorse prestate dai grandi fondi di investimento internazionali pure. Prima le imprese italiane capiscono che questa è l’unica strada possibile meglio si troveranno. Sia nella competizione nazionale e internazionale, sia nella disponibilità di fondi, cosa che in questo momento è particolarmente importante».

    È dunque necessario che intervenga il regolatore per far sì che questa cultura della rendicontazione si allarghi? E quale dovrebbe essere, a suo parere, il ruolo delle associazioni di categoria?
    «Qui serve da un lato il regolatore e dall’altro serve rendersi conto che la finanza sta andando in questa direzione. Poche settimane fa il fondo Black Rock ha pubblicato la lista delle imprese internazionali nel cui consiglio di amministrazione ha votato contro i bonus ai manager perché non hanno preso impegni abbastanza forti per la sostenibilità. Cioè hanno indicato le imprese una per una. Questo è un segnale forte, che il nostro Paese deve capire. Il fatto che quell’errore commesso nel 2016 abbia spinto tante imprese a fare il bilancio di sostenibilità su base volontaria non risolve il problema, perché i fondi internazionali si aspettano una rendicontazione standardizzata, non fatta secondo il principio ‘a me mi pare’. Ecco dove le associazioni imprenditoriali hanno un ruolo fondamentale: è necessario lavorare per far crescere questa cultura, facendo capire quello che, al contrario di quello che esse stesse ritenevano fosse un costo  è invece un’opportunità di competitività tanto più se l’Europa, come del resto è ormai chiaro, sta andando in questa direzione». 


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