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Next Generation EU: per ripartire servono investimenti pubblici

25 Settembre 2020

Il peso della crisi innescata dall’epidemia Covid-19 sull’economia italiana è confermata dalle previsioni dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che indicano per l’Italia un calo del PIL per quest’anno del 10,5% e una ripresa del 5,4% per il prossimo anno. Nel 2021 tuttavia il PIL dell’Italia sarà del 5,7% inferiore al livello pre Covid-19 e di 9,4 punti inferiore al livello del 2007, precedente allo scoppio della Grande crisi.

I dati commentati dal nostro Ufficio Studi confermano la fase critica per l’economia italiana. Nel secondo trimestre del 2020 l’occupazione scende del 3,6%, mentre nei cinque mesi della crisi le esportazioni scendono del 20,5% e le importazioni calano del 23,4%. Il quadro economico rimane fragile e sono essenziali adeguate politiche di rilancio, anche attraverso le risorse messe in campo dall’Unione europea. Nelle intenzioni il 20% di Next Generation EU, il maxi piano varato dalla Commissione europea per sostenere la ripresa dei Paesi UE, sarà investito sul digitale, il 37 % sarà destinato agli interventi del Green Deal europeo, per portare almeno al 55 % l’obiettivo di riduzione delle emissioni entro il 2030.

Risorse alle PMI e agli investimenti

Secondo le indicazioni della Commissione europea pubblicate giovedì 17 settembre, i piani di ripresa e resilienza degli Stati membri finanziati dai fondi europei dovranno rispettare le raccomandazioni della Commissione sui programmi nazionali di riforma del 2019 e del 2020, tra le quali va ricordato il sostegno per le piccole e medie imprese, e l’orientamento degli interventi verso gli  investimenti. Nel nostro caso dovranno irrobustire il sistema produttivo italiano, fatto di piccole imprese diffuse sul territori, come evidenziato da Confartigianato nell’audizione della Commissione Attività Produttive della Camera sull’individuazione delle priorità nell’utilizzo del Recovery Fund.

Inoltre, la Commissione indica sette specifici criteri strategici dell’UE, di cui tre relativi al green: maggiore utilizzo di energia pulita, miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici – nell’Ue gli immobili sono responsabili del 40 % delle emissioni – e adozione di tecnologie per sistemi di trasporto sostenibili, accessibili e intelligenti. I ‘progetti faro’, inoltre, dovranno prevedere l’estensione dei servizi veloci a banda larga, comprese le reti in fibra ottica e 5G, la digitalizzazione della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici, tra cui sistemi giudiziari e sanitari, un maggiore utilizzo dei dati e adattare i sistemi d’istruzione per promuovere le competenze digitali e la formazione scolastica e professionale per tutte le età.

Un punto focale degli interventi sarà rappresentato dalla spesa per investimenti pubblici la quale, grazie ad un più elevato moltiplicatore, garantisce un maggiore impatto sulla crescita. Su questo fronte va invertita la tendenza: dal 2009 al 2019 gli investimenti pubblici in rapporto al PIL, sono scesi di 1,4 punti, passando da 3,7% a 2,3%, un livello inferiore di mezzo punto a quello dell’area euro (2,8%). Nelle Linee guida per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza individua l’obiettivo di portare gli investimenti al 3% del PIL. Come evidenziato dall’audizione di Banca d’Italia del 7 settembre, nell’ipotesi di utilizzare le risorse del Recovery Fund per investimenti aggiuntivi, si avrebbe un aumento cumulato del livello del PIL di circa 3 punti percentuali entro il 2025, con un incremento degli occupati di circa 600.000 unità.
 

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