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Aree interne, Luppi: “Una ricchezza che non possiamo perdere, il PNRR intervenga con risorse adeguate”

Il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) pone attenzione a quelle che vengono definite le “Aree interne” del territorio nazionale. Ovvero quei comuni significativamente distanti, in termini di tempi di percorrenza, dall’offerta di servizi essenziali (come mobilità collettiva, sanità, istruzione universitaria), caratterizzati al tempo stesso da rilevanti risorse di carattere ambientale e/o culturale e da problemi di spopolamento, invecchiamento demografico e riduzione dell’occupazione.

I dati nelle nostre due province

L’Ufficio studi di Lapam Confartigianato ha realizzato una interessante indagine sulle aree interne a livello provinciale e regionale. A Reggio Emilia sono 16 i comuni classificati come aree interne: Villa Minozzo, Ventasso, Toano, Castelnovo ne’ Monti, Vetto, Carpineti, Baiso, Casina, Canossa, Viano, Castellarano, San Polo d’Enza, Brescello, Luzzara, Guastalla e Gualtieri.

A Modena sono invece 20: Fanano, Fiumalbo, Pievepelago, Sestola, Montecreto, Riolunato, Lama Mocogno, Polinago, Palagano, Montefiorino, Frassinoro, Prignano, Serramazzoni, Pavullo nel Frignano, Marano sul Panaro, Vignola, Savignano sul Panaro, Guiglia, Zocca, Montese.

“È importante – sottolinea il presidente della nostra associazione, Gilberto Luppi – che il PNRR preveda anche per queste realtà azioni di rilancio e valorizzazione attraverso investimenti per il potenziamento di infrastrutture e servizi, che agevolino la soluzione a problemi di disagio e fragilità sociale e innalzino l’attrattività di questi luoghi, invertendo i trend di declino che le colpiscono. Pensiamo, in particolare, all’Appennino che necessita di un rilancio sotto diversi punti di vista”.

L’importanza di queste realtà sul piano economico è dimostrata dalla ricerca dell’Ufficio studi. Per quanto riguarda i 16 comuni reggiani classificati come aree interne, sono il 38,1% del totale, con 100.175 residenti, pari al 18,9% del totale della provincia, un dato più alto del 12,3% regionale. Mentre per quanto riguarda i 20 comuni modenesi, la percentuale sale al 42,6% del totale, con 102.963 residenti, pari al 14,6% del totale della provincia.

Sempre secondo il nostro Ufficio Studi, a livello regionale, nel corso di 10 anni nelle aree interne la componente giovanile si è ridotta del -11,4% (un calo decisamente maggiore del -1,8% a regionale) mentre al contrario la popolazione anziana è cresciuta del +5,6%.

Nelle aree interne vi è una elevata vocazione alla micro piccola impresa e all’artigianato: a Reggio Emilia sono 7.720 le micro e piccole imprese nei comuni interessati, con il 72,7% di incidenza degli addetti nelle Mpi sul totale contro il 66,5% provinciale); il 28,2% del peso occupati nell’artigianato sul totale (a livello provinciale il dato è fermo al 18,3%). A Modena sono 8.614 le micro e piccole imprese nei comuni interessati, con il 78,6% di incidenza degli addetti nelle Mpi sul totale contro il 66,4% provinciale); il 31,6% del peso occupati nell’artigianato sul totale (a livello provinciale il dato è fermo al 19,9%). In entrambe le province le micro e piccole imprese con meno di 50 addetti rappresentano il 99,2% delle totale rispetto al tessuto produttivo delle aree interne.

Bastano questi dati – conclude il presidente Luppi – per comprendere il valore non solo economico, ma anche sociale di queste realtà e le problematiche che rischiano di accentuarsi se gli intenti scritti sulla carta non diventeranno realtà. Un esempio in positivo è stato il recente Bando digitalizzazione della Regione Emilia Romagna che ha guardato con particolare attenzione, con agevolazioni aggiuntive, all’imprenditoria femminile, giovanile e alle realtà più svantaggiate geograficamente. Un aspetto importante che ha colto il valore della comunità nel suo aspetto più complessivo. Chiediamo che in un’ottica di sviluppo delle infrastrutture, dei servizi per le imprese, dei servizi ospedalieri, si guardi anche a quei territori che per varie ragioni, a cominciare dalla collocazione geografica, sono distanti dalle grandi direttrici della mobilità e della comunicazione. Pensiamo ai collegamenti telematici e a tutte quelle realtà che oggi non ne possono sfruttare le potenzialità. Se un’azienda che ha la sede in un comune più periferico abbandona quel presidio, perché le mancano i servizi, quella comunità non perde solo un punto di riferimento economico, ma un’opportunità più complessiva di valorizzazione sociale, turistica, culturale, proprio in un momento in cui i dati ci dicono che il turismo verso le aree collinari e montane e verso i borghi collinari e appenninici sta aumentando”

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