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Cottarelli: “Dobbiamo attuare le giuste riforme per tornare a crescere”

In vista dell'evento che lo vedrà ospite dell'associazione, giovedì 9 maggio al Crogiolo Marazzi di Sassuolo, riproponiamo qui l'intervista che Carlo Cottarelli ha rilasciato a Lapam per il proprio magazine "Imprese & Territorio".

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Dottor Cottarelli, alla luce dei dati Istat sul crollo del fatturato industriale registrato a dicembre 2018, come si spiega il fatto che il tema "recessione" non sia ancora entrato nell'agenda politica di governo?
«Per ora, per fortuna, è una recessione abbastanza modesta perché il PIL è sceso dello 0,1% nel terzo trimestre e dello 0,2% nel quarto. Vediamo adesso cosa succede. Se i dati venissero confermati la recessione diventerà una priorità per il governo. Il problema però è che non ci sono tanti strumenti da poter utilizzare per uscire dalla recessione. Sarebbe stato importante non caderci, però ci abbiamo messo del nostro, purtroppo…».

Sembra evidente che "Quota 100" e "Reddito di cittadinanza" non invertiranno un trend negativo avviato. Quali fattori (interni ed esterni) stanno contribuendo a peggiorare gli scenari macroeconomici?
«Tra i fattori esterni – chiaramente – c'è stato un rallentamento in Europa. Io ho calcolato che due terzi del rallentamento che abbiamo avuto rispetto all'inizio del 2018 è dovuto a fattori esterni, un terzo a fattori interni. Insomma il differenziale tra il tasso di crescita europeo e quello italiano, che negli ultimi anni era intorno all'1%, è diventato nell'ultimo trimestre dell'anno scorso 1,6% su base annua. Il che significa che noi abbiamo rallentato più del resto d'Europa».

Sul fronte nazionale per invertire la tendenza sarebbe stato necessario tagliare la spesa. L'Osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica che lei presiede, cosa ha rilevato a tal proposito nella Legge di Bilancio 2019?
«Tagliare la spesa nell'immediato non fa bene all'economia. Non sono uno di quelli che dice: "tagliamo la spesa e tutto va a posto". Purtroppo nell'immediato tagliare la spesa può essere necessario per evitare guai peggiori, però non aiuta a crescere. Fatta questa premessa quello di cui l'Italia avrebbe bisogno sono delle riforme che portano a crescere e queste non richiedono necessariamente solo dei soldi pubblici. Anzi, si può risparmiare. Se noi riduciamo la burocrazia questo fa diventare le nostre imprese più competitive, aumentando la nostra capacità di competere con le imprese tedesche che non devono affrontare costi per la burocrazia alti come i nostri. Lo stesso per la giustizia civile che funziona lentamente in Italia e funziona molto meglio in Germania».

Il Governo aveva detto che il reddito di cittadinanza si sarebbe finanziato con il taglio alla spesa pubblica. È stato così?
«Per quest'anno è stato in parte finanziato con qualche taglio qui e là e con un aumento della tassazione. Per il prossimo anno rimane tutto aperto, cioè il prossimo anno il finanziamento non c'è. Si è fatto finta di trovare un finanziamento con le cosiddette clausole di salvaguardia, cioè aumentando l'Iva, però il governo ha detto che l'Iva non aumenterà quindi la Legge di Bilancio del prossimo anno sarà molto, molto difficoltosa».

Tra i tagli il vostro Osservatorio ha rilevato anche anomalie al limite del paradossale: come una timida revisione del costo medio giornaliero per migrante – solo 400 milioni – a fronte di una possibile riduzione da voi calcolata nell'ordine di 940 milioni. O ancora tagli orizzontali a istruzione e ricerca per circa 100 milioni, di cui 30 per il diritto allo studio…
«Sulla questione migranti si potevano risparmiare 900 milioni, invece si è deciso di fermarsi a 400. Poi, se si risparmiano ulteriori risorse, queste possono essere spese dal Ministero degli Interni, senza nessuna spiegazione ulteriore in merito.
dove si poteva risparmiare quasi un miliardo si è deciso di risparmiare 400 milioni. Sulle altre voci i tagli sono abbastanza piccoli, però insomma è significativo che si consideri anche solo la possibilità di tagliare la spesa per la pubblica istruzione che -secondo me – è già stata sacrificata abbastanza negli ultimi anni».

Tagliare le spese in modo efficace sarebbe invece stato indispensabile per abbassare le tasse. Qui invece il governo ha autorizzato i comuni ad aumentare le aliquote e ha autorizzato una "pace fiscale" che lei ha definito senza mezzi termini: un condono…
«Queste cose non vanno nella direzione giusta. Noi abbiamo un'evasione fiscale di almeno 130 miliardi di euro l'anno, e si fanno i condoni! Li hanno fatti quasi tutti i governi nel recente passato. Non tutti ma quasi. Li hanno fatti anche i governi della legislatura precedente, pensiamo alla voluntary disclosure, alla rottamazione delle cartelle, erano mini condoni. Adesso quella di quest'anno si è andati un po' più in là… Si continua a dare il segnale che chi non ha pagato le tasse in passato, non le deve pagare neanche oggi. Cioè conviene aspettare e non pagare le tasse, sapendo che più in là ci sarà un condono e quindi perché dovrei pagare oggi? Pagano i lavoratori dipendenti per cui c'è la ritenuta alla fonte. L'evasione sul lavoro autonomo è molto elevata».

Come nel gioco dell'oca rischiamo quindi di veder crescere il debito rispetto al Pil – con un conseguente aumento dello spread – e quindi di tornare alla casella di partenza del 2011.
sbaglio?

«Esattamente. Questo è proprio il rischio che mi preoccupa di più. Non è una cosa automatica, perché i mercati non si comportano in maniera lineare. Possono stare tranquilli per tanto tempo, poi all'improvviso qualcosa li scatena. È come una mandria, uno si muove e tutti gli altri gli vanno dietro. Ma una mandria che sembra tranquilla quando è in movimento è difficile da fermare e così purtroppo funzionano i mercati. Naturalmente deve esserci un motivo reale perché i mercati si preoccupino di un certo paese, ma noi questi motivi ce li abbiamo: il debito pubblico più alto d'Europa, secondo soltanto alla Grecia e nessuna crescita, anzi… Se guardiamo allo spread ha doppiato i livelli del maggio scorso».

Il 9 maggio sarà ospite di Lapam Confartigianato per parlare di imprese e lavoro, in un territorio che sta subendo un nuovo stop ad un'opera fortemente richiesta dalle imprese, la bretella Campogalliano Sassuolo. Che idea si è fatto di queste "analisi costi benefici" richieste dal governo su opere già avviate?
«Io credo che le analisi costi benefici si devono fare, uno può farle anche per opere già avviate anche se a quel punto devi tener conto dei costi già sostenuti che ovviamente non possono essere più recuperati. Però le analisi costi benefici vanno fatto sentendo più voci. In particolare nel caso della TAV io non sono convinto che l'analisi sia stata fatta in modo adeguato. Non per partito preso, ma come economista».

Lei non si stanca di ripetere come la burocrazia sia il primo dei costi indiretti da ridurre per aiutare le imprese. Su questo fronte come giudica l'azione di governo?
«Un po' scarsina, perché le cose fatte sin ora sono limitate. Vedremo cosa sarà fatto in futuro. Il decreto legge sulla semplificazione che ora deve essere spacchettato perché troppo complesso, non indica un buon inizio. Bisogna agire in altro modo. La lotta alla corruzione, per esempio, non si fa come detto da un esponente di governo con "il buon senso", ci vogliono norme adeguate».

Come giudica le richieste di autonomia differenziata richiesta da Emilia Romagna, Veneto e Lombardia?
«Sono del parere che il decentramento funziona. Se si decentra la tassazione e la spesa, i cittadini che pagano le tasse in una certa area vogliono che i loro soldi non vengano sprecati. Quindi trovare un legame più stretto tra spesa e tassazione locale, è una cosa giusta. Tutto questo entro un certo limite, perché siamo uno Stato unitario e bisogna tener conto dei vincoli di solidarietà. Insomma bisogna andare a vedere come sono scritti questi provvedimenti. C'è comunque un grosso problema tra le due anime del governo che hanno chiaramente idee diverse».

Parliamo di Europa. A pochi mesi dalle elezioni l'Italia non sembra aver ancora compreso i benefici della politica di sviluppo europeo (bandi e finanziamenti a fondo perduto in primis rivolti ad imprese e Regioni), scegliendo piuttosto lo scontro con Bruxelles.
interpreta questa situazione? C'è dietro la volontà di rompere o riformare l'Europa?
«Vorrei saperlo anche io. Non so cosa c'è dietro. Certo è difficile riformare insultando. Qui siamo arrivati molto facilmente agli insulti. Ovviamente insulti chiamano insulti e la tensione sale.
il caso con la Francia. Noi dovremmo trovare un nostro alleato e invece abbiamo fatto di tutto per antagonizzarla e non dobbiamo meravigliarci se poi si consolida un asse franco tedesco. Questo è solo buon senso, non ci vuole un genio per capire queste cose».

Eppure regole come il fiscal compact o l'assenza di un bilancio comune europeo, hanno contribuito largamente a questa situazione. Come se ne esce?
«Il fiscal compact non ha contribuito a molto perché è rimasto sulla carta. Alla fine è stata aggiunta tanta quella di flessibilità che alla fine il patto fiscale sottoscritto è rimasto sulla carta. L'assenza di un bilancio europeo rimane invece più problematica secondo me e fare progressi richiederà tempi lunghi, temo».

Ultima domanda. Dai nostri cugini di Confartigianato Udine ha annunciato l'intenzione di aprire in seno all'Osservatorio sui conti pubblici, un punto di raccolta per imprese e cittadini sulle regole e le norme più fastidiose; arrivando un domani a una legge di iniziativa popolare che ne superi le criticità. Un'idea senz'altro affascinante. Pensa mai alla politica attiva e a un suo ruolo nell'agone pubblico?
«Per il momento no. Al momento non ci penso (ride ndr.)».

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