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Energia e materie prime. Il baricentro del mondo si sposta ad est

15 Marzo 2022

«Ci stiamo mettendo all’angolo soli. Dobbiamo utilizzare l’energia per riallacciare un dialogo, non per un ricatto». Demostenes Floros, senior energy economist CER, Centro Europa Ricerche, il centro studi fondato negli anni ‘80 da personalità quali Giorgio Ruffolo e Luigi Spaventa, oggi di proprietà Sator S.p.A e Rekeep S.p.A e autore di Guerra e Pace dell’Energia, non ha dubbi.

È quanto mai urgente riallacciare un dialogo con la Federazione Russa. Ma a quale prezzo? «Abbiamo una certezza – spiega il ricercatore – con questi prezzi del gas il 60% della manifattura tedesca e il 70% di quella italiana rischia di chiudere. Noi europei dobbiamo sederci ad un tavolo e trattare. Diversamente abbiamo di fronte la stagflazione. Nessuna crescita e un’inflazione da anni ’70».

Dottor Floros, in questi giorni drammatici sono tornati in voga termini che pensavamo aver relegato alla storia: dazi, autarchia, divieto all’export. A suo avviso siamo di fronte a un “disaccoppiamento” del mondo tra est e ovest?
«In realtà è già da diversi anni che gli Stati adottano misure protezionistiche. Credo che la globalizzazione stia lasciando posto ad una “regionalizzazione” del mondo, cioè ad una suddivisione in aree economiche integrate al loro interno in cui avanzano processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali. Da un punto di vista geopolitico accanto al blocco euroatlantico stiamo così assistendo alla nascita di un blocco euroasiatico a guida Russo-Cinese».

Perché questo rappresenta un problema per il blocco euroatlantico?
«Perché presto porterà a delle divergenze all’interno del blocco euroatlantico. Non soltanto tra le due sponde dell’oceano, ma anche tra le principali economie dell’Unione Europea. Di fatto, le principali economie europee hanno dinanzi a sé la seguente contraddizione: da una parte, gli interessi politici e militari (leggasi Nato) con gli Stati Uniti d’America e dall’altra gli interessi energetici e commerciali con la Federazione Russa, porta verso l’Eurasia. O si affronta questa contraddizione o si affonda».

Neanche i cinesi sembrano convinti della guerra russa in Ucraina.
«Bisogna leggere correttamente il loro linguaggio. I cinesi hanno tutto l’interesse nello svolgere un ruolo diplomatico e di mediazione. Ma, a mio avviso, il loro appoggio ai russi è significativo. Il ministro degli Esteri cinese ha dichiarato che la responsabilità dell’attuale situazione in Ucraina è degli Stati Uniti e delle Nato. Invito tutti quanti a riflettere su questo cambiamento di linguaggio da parte dei prudenti diplomatici cinesi».

Il Ministro per la Transizione energetica, Roberto Cingolani, ha affermato che entro 30 mesi l’Italia potrebbe rendersi indipendente dalle forniture energetiche russe. Dal suo osservatorio questa obiettivo è plausibile? 
«Temo che nel frattempo la nostra economia collasserà. Personalmente non lo ritengo possibile. A differenza di altri paesi europei, il nostro è fortemente diversificato sul fronte dell’approvvigionamento energetico. Questo grazie al lavoro di Enrico Mattei. Tuttavia ritengo molto, molto difficile affrancarsi dal gas russo».

Esattamente quanto gas acquistiamo dalla Russia e come saremo in grado di rimpiazzarlo?
«Nel 2021 l’Europa ha importato 185 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia, l’Unione Europea circa 155 miliardi, il nostro paese attorno ai 28 miliardi. L’Italia potrebbe acquistare un po’ più di gas dall’Algeria e forse dall’Azerbaijan e potremmo indubbiamente acquistare un po’ più di GLN, gas naturale liquefatto (nei fatti, l’afflusso dall’Azerbaijan ha quantitativamente sostituito l’ammontare proveniente dal nord Europa in via di esaurimento). Ma stiamo parlando di 28 miliardi di metri cubi! Possiamo diversificare, non sostituire. Detto ciò è bene chiarire che tutto questo ci costerà caro. Il GLN che compreremo dagli USA o dal Qatar costerà più del gas via tubo. Quand’anche quest’operazione fosse portata a buon fine, le nostre bollette saranno più salate e le nostre imprese dovranno competere con competitors che hanno costi del gas naturale più bassi».

A suo avviso è stata una miopia politica quella di dipendere per il 40% del nostro fabbisogno energetico dal gas russo?
«Non si tratta di miopia, ma di necessità. Gli altri fornitori negli ultimi 15 anni hanno avuto problemi di produzione, non hanno investito come hanno fatto i Russi che hanno aumentato riserve, produzione ed esportazioni. Se poi aggiungiamo errori geopolitici tragici come la guerra in Libia, be’, vediamo come non siamo stati in grado di fare i nostri interessi nemmeno quando potevamo».

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Ma cosa c’entra in tutto questo la liberalizzazione del mercato decisa dall’Unione europea?
«Quando erano a regime i cosiddetti contratti “take or pay oil link” di fine decennio scorso, pagavamo all’incirca 200 dollari per 1.000 metri cubi di gas naturale. Un prezzo tendenzialmente stabile, ancorato all’andamento del prezzo del petrolio. In quel periodo il costo ha oscillato tra i 200 e i 350 dollari per mille metri cubi di gas naturale. Badi che in quel periodo i contratti di fornitura erano fissati sul lungo periodo, anche trentennali. Oggi, per volontà dell’Unione Europea, siamo passati a contratti cosiddetti “gas to gas” di breve se non brevissimo periodo. Questo fattore ha creato grandissima volatilità nel mercato, perché si basa sul principio della domanda e dell’offerta. Nel 2021, il costo del gas è così aumentato del 400% circa nel mercato regionale europeo. Per volontà nostra, non dei russi che non hanno mai approvato questo cambiamento».

Un errore tanto più grave se consideriamo come la politica energetica di paesi come l’Italia e la Germania si basa su questa risorsa. Oggi progetti come Nord Stream 2 sono congelati sine die. Eppure il gas naturale è considerato il carburante della transizione. Anche la Cina punta su questa fonte per diminuire la sua dipendenza dal carbone. Questa guerra rallenterà o accelererà la transizione energetica promessa dal Green deal europeo?
«Per fare la transizione energetica, a mio avviso, servono due cose: il gas naturale e tanti, tantissimi soldi. Ma la domanda “chi paga?”, non viene mai posta. Il rischio è che si blocchi tutto. Basta guardare come nel giro di dieci giorni siamo passati dal parlare di transizione energetica a quando riaccendere le centrali a carbone. Siamo in grande difficoltà».

Energia, clima, difesa comune. L’Unione Europea riuscirà a trovare una linea comune su questi temi in così poco tempo?
«Al momento vedo l’opzione opposta. Cioè che le divergenze possano acuirsi. Certamente di fronte a quanto sta succedendo in Ucraina abbiamo assistito ad un ricompattamento del blocco occidentale, ma temo che durerà poco e che molti si sfileranno dalle posizioni rigide degli Stati Uniti. Ad esempio bisognerà vedere come la UE regolerà i conti con Polonia e paesi baltici…».

Cosa intende dire?
«Polonia e paesi baltici ricevono lauti finanziamenti dall’Unione Europea, eppure in politica estera fanno ciò che dicono gli USA. Ora, sappiamo benissimo che all’interno dell’Unione ci sono forti divergenze di vedute, pensiamo alla guerra in Libia che hanno voluto francesi e inglesi ma non italiani e tedeschi. Oppure pensiamo ancora alla transizione energetica e a come settimane fa discutevamo della cosiddetta “tassonomia” energetica che divideva sostenitori ed oppositori dell’energia nucleare come fonte “green”. Questi nodi prima o poi verranno al pettine…».

Oggi si parla della necessità di avere un “sistema ridondante”, cioè una strategia energetica che punti su più fornitori, più fonti energetiche e più tecnologie. Ma perché in questi anni siamo stati immobili e come recuperiamo il tempo perso?
«Abbiamo sognato un percorso facile e raggiungibile in breve tempo. La verità è che è un percorso lungo e difficile che io ho descritto anche come “pericoloso”. Il conflitto in Ucraina è qui a dimostrarlo. Oggi è la stessa struttura del sistema economico globale ad essere in discussione. Quindi non è una passeggiata. Secondo alcune stime nel 2050 potremmo raggiungere la neutralità climatica (emissioni zero ndr.) investendo 172 trilioni di dollari. Il PIL mondiale è all’incirca di 100 trilioni di dollari».

A suo avviso che impatti avrà la decisione del governo degli Stati Uniti di interrompere l’import di fonti energetiche dalla Russia sul prezzo del petrolio? Secondo alcuni analisti un prezzo di 200 euro al barile non è fantascienza.
«Purtroppo non è fantascienza. Abbiamo assistito ad un’impennata del prezzo del barile dinanzi alla decisione di USA e Gran Bretagna. Se gli europei seguiranno il loro esempio questa ipotesi è possibile. Al momento – fortunatamente – i tedeschi hanno scartato questa decisione. Nell’ultimo rapporto mensile del CER abbiamo ipotizzato un prezzo simile. È un tema all’ordine del giorno. L’Europa importa il 25% del petrolio che consuma dalla Russia, sono 2,5 milioni di barili al giorno, a cui si aggiungono i prodotti raffinati, circa 5/6 tonnellate al mese. Anche quest’ammontare, al pari del gas naturale, non è facilmente sostituibile. Un greggio qualitativamente simile è disponibile solo in Iran o Venezuela».

A peggiorare il quadro i paesi OPEC+ la settimana scorsa hanno comunicato di non voler aumentare la produzione di petrolio ed Emirati e Arabia Saudita si rifiutano di parlare con Biden. Un problema serio per i paesi occidentali...
«A febbraio l’OPEC+ (cioè l’organizzazione che riunisce i paesi arabi e la federazione russa più altri importanti produttori tra i quali Azerbaijan, Kazakhstan, Messico ndr.) hanno aumentato la produzione a 560mila barili al giorno. È la prima volta da agosto 2021 che rispettano l’aumento della quota mensile. Hanno sempre indicato 400mila barili al giorno, nei fatti senza mai rispettarla. Detto ciò Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non vogliono discuterne con il presidente Biden. Questo ha un significato politico molto chiaro e per indagarlo bisogna tornare al voto ONU sulla condanna dell’invasione russa in Ucraina. Paesi come Algeria, Angola, Iran, Iraq, Kazakistan, tutti grandi produttori di petrolio, si sono astenuti dal voto. Anche il Venezuela che non ha partecipato al voto per questioni tecniche, probabilmente si sarebbe astenuto o addirittura avrebbe votato contro. Il sito americano di energia più importante al mondo oilprice.com ha interpretato questa scelta affermando che il peso in Medio Oriente di Russia e Cina oggi è superiore a quello degli USA. A riprova di questo basta ricordare come nella riunione del Consiglio di Sicurezza ONU che ha preceduto di pochi giorni il voto dell’assemblea ONU, gli Emirati Arabi Uniti si siano astenuti dalla condanna all’invasione russa in Ucraina».

Insomma chi detiene le materie prime fa blocco comune.
«Esattamente e fa blocco non solo in quanto produttori. Dovremmo fare un passo indietro e analizzare un aspetto cruciale. È la guerra in Siria e la vittoria Russa al fianco di Al-Assad che ha determinato la sconfitta dei sauditi e imposto un nuovo equilibrio in Medio Oriente».

Mi scusi, ora cosa c’entra la guerra in Siria?
«I paesi mediorientali produttori di petrolio, dall’Arabia Saudita al Qatar, hanno appoggiato le formazioni militari che hanno combattuto contro il regime siriano di Al-Assad, sostenuto invece dai russi, dagli iraniani e da Hezbollah. Bene, la guerra è stata vinta fondamentalmente dai russi. Dalla fine della guerra in Siria abbiamo assistito ad una spaccatura all’interno delle petromonarchie. Una spaccatura nei rapporti reciproci che, a mio avviso, ha molto a che fare con l’energia. Da quel momento, persa la guerra, quei paesi si vedono costretti a rivedere la loro politica estera. Per un paese come il Qatar, il principale esportatore al mondo di gas naturale liquefatto, significa tener maggiormente conto dell’Iran, con cui detiene uno dei più grandi giacimenti offshore di GLN. In sintesi le politiche estere dei principali produttori di petrolio e gas si sono spostate dalle posizioni dettate dall’OPEC a quelle dettate dall’OPEC+ che comprende la federazione russa e il Kazakistan. Un aspetto centrale di tutto questo è l’allontanamento dei sauditi dagli USA. Su questo fronte se consideriamo le esportazioni di petrolio dall’Arabia Saudita agli Stati Uniti, assistiamo ad una diminuzione delle esportazioni verso di USA da oltre 1 milione a 400mila di barili al giorno. Nel contempo le esportazioni verso la Cina sono aumentate fino ad arrivare a 1,8 milioni di barili al giorno. È l’intero baricentro del mondo ad essersi spostato verso l’Asia in linea con lo spostamento della manifattura (ad oggi, il peso della manifattura cinese su quella mondiale ha oltrepassato il 30%, era al 5% nel 1995)».

Ma gli americani possono contare sul petrolio scistoso
«Anche se gli americani sono diventati autosufficienti sono riusciti a farlo tramite il cosiddetto fracking. Personalmente ho molti dubbi che questa tecnologia altamente invasiva possa durare ancora a lungo. Nei prossimi anni non escludo un’inversione di tendenza».

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