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Il lavoro che serve (e quello che servirà)

18 Dicembre 2018

Tra le prime in Italia a indagare fenomeni e ripercussioni provocati dalla cosiddetta "quarta rivoluzione industriale" Annalisa Magone, presidente e CEO del centro studi Torino Nord Ovest, ha recentemente pubblicato un nuovo saggio "Il Lavoro che serve", scritto insieme a Tatiana Mazali. Abbiamo raggiunto le due autrici per farci raccontare la loro ultima fatica.

Dottoressa Magone, nel libro scritto con Tatiana Mazali "Il lavoro che serve" (Guerini, 2018) compite una ricognizione sul mondo manifatturiero italiano. Vorrei partire da qui: nel Paese è veramente in corso un'evoluzione verso la fabbrica digitale, oppure no?
«È in corso da tempo. Anche se con gradazioni diverse che molto dipendono dal settore economico, dai mercati, dalla cultura aziendale, dalla storia della singola impresa, dall’area geografica in cui è nata e si è sviluppata. Queste gradazioni dipendono anche dalla dimensione, ma quest’ultimo fattore entra nel conto delle probabilità che un'impresa si digitalizzi in modo non scontato: intendo dire che l’equazione grandi dimensioni uguale più innovazione digitale non è provata. Contano molto di più le reti in cui sei inserito, per esempio se operi all’interno di una supply chain con tratti d’innovazione spiccati dove il leader di filiera spinge a innovare, alla fine digitalizzare diventa un salto naturale».

Nel vostro libro, dopo un'appassionante carrellata di "aziende 4.0", individuate un "nuovo protagonista" del panorama economico: la media impresa. Quali elementi di novità avete scoperto rispetto alla tradizionale narrazione del tessuto produttivo italiano?
«Si tratta della media impresa intesa non in senso statistico, perciò abbiamo preferito la locuzione “intermedia”, insomma che sta in mezzo e che, nella nostra accezione, ha molto a che vedere col Made in Italy. Si tratta in realtà di un soggetto economico molto studiato, per esempio all’interno delle analisi sui distretti e il loro funzionamento; per noi era il punto di osservazione ideale per iniziare a capire meglio quella che potremmo chiamare la via italiana all’industria 4.0. Come tutti sappiamo, il paradigma viene da un’intuizione europea e si sta sviluppando con notevoli specificità nazionali a partire da un nucleo centrale tedesco. In questo quadro, il tessuto industriale italiano ha sue particolarità che richiedono un adattamento significativo».

La nostra associazione, come sa, rappresenta micro e piccole imprese. La domanda viene quindi da sé: come trovano spazio queste aziende nelle nuove catene del valore?
«Nel nostro campione di ricerca ci sono anche imprese di 30 addetti, le quali tuttavia possono essere artigiane per dimensione e per scelta, ma non certo per mentalità. Questo a riprova del fatto che l’innovazione digitale può entrare in ogni organizzazione, purché venga inserita alla giusta scala e sia accompagnata – questo non è facile, specialmente nelle imprese piccole – dalla capacità dell’imprenditore di far un passo indietro rispetto a pratiche gestionali che non sempre favoriscono il pieno sfruttamento del digitale. Per esempio, la lingua digitale e l’industria 4.0 richiede molto ordine, controllo del processo da realizzare sempre meno “ a occhio” e sempre più attraverso le misure, i dati. Ciò non significa affatto rinunciare alla personalizzazione che è la forza dell’impresa artigiana, ma può significare – se mi si permette la battuta – di dover rinunciare a un eccesso di personalità».

Anche l'economia dei servizi è interessata dalla "rivoluzione digitale". In quali processi il manifatturiero e il terziario convergono nella grande trasformazione del mondo del lavoro?
«Il punto di inizio della cosiddetta servitizzazione è la centralità del cliente, il cui bisogno, conclamato o indotto, viene considerato il motore dell’intera produzione. Da questa semplice verità dipende la revisione dell’intero modello di business (si provano a vendere servizi in luogo di prodotti perché nei primi si pensa vi sia grande valore aggiunto) e la conseguente revisione dei processi interni all’azienda. Il senso ultimo dell’industria 4.0 è costruire nell’impresa un sistema connettivo che regoli in modo sincrono la gestione del magazzino scorte con il servizio clienti, in modo tale che l’azienda funzioni come un organismo in salute, ogni funzione si relazioni in modo immediato e naturale con le altre. Ne discende una struttura organizzativa che viene spinta a lavorare in questa logica, per esempio facendo una cosa in realtà innaturale: condividendo informazioni, esperienza, capacità, idee, soluzioni, creatività. I tratti caratteriali del lavoratore 4.0».

Continua a leggere l'intervista ad Annalisa Magone su "Imprese & Territorio", clicca qui

 

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