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Serve una nuova idea di lavoro, parola di Michele Tiraboschi

La grande trasformazione del lavoro

Tra i più acuti osservatori del mondo del lavoro, Michele Tiraboschi professore di diritto del lavoro all’Università di Modena e Reggio e coordinatore scientifico del centro studi Adapt, è stato ospite insieme a Marco Bentivogli, Annalisa Magone e Marco Granelli di un evento Lapam sui grandi temi che riguardano l’evoluzione del mondo del lavoro. Lo abbiamo raggiunto per rivolgergli alcune domande.

Professor Tiraboschi, la nostra associazione sta riscontrando delle ripercussioni negative sulle imprese a seguito dell’applicazione del cosiddetto “Decreto Dignità” e della sentenza della Corte Costituzionale del novembre 2018 sul contratto a tutele crescenti.
giudica il provvedimento di legge voluto dal governo e la sentenza della Consulta?

«Il Decreto Dignità e la sentenza della Corte Costituzionale, pur nella diversità che li contraddistingue, sono due elementi che hanno profondamente smontato l’impianto del Jobs Act e delle riforme del lavoro della scorsa legislatura. Si può discutere o meno sulla correttezza di quelle riforme ma quello che incide molto oggi nella vita delle imprese è l’incertezza che tutto questo genera. Regole che cambiano troppe volte in poco tempo, senza un filo conduttore bloccano le scelte delle imprese che vedono aggiungersi al rischio che già compiono ulteriori rischi, non prevedibili, di mutamento del quadro normativo. Nel merito poi quello che è emerge è l’incapacità di accompagnare con regole nuove la trasformazione del lavoro che va oltre alle vecchie differenze tra contratti a tempo e contratti standard o subordinazione e autonomia».

Recentemente Adapt, l’istituto di cui presiede il comitato scientifico, ha pubblicato un articolo sul contratto di apprendistato che, nonostante i numerosi interventi legislativi per renderlo più semplice e appetibile, è ancora poco utilizzato dalle imprese. Perché?
«Perché le riforme, da sole, non bastano: serve prima di tutto una “cultura” dell’apprendistato. Se non si riconosce il ruolo strategico giocato da quest’istituto nella costruzione delle professionalità richieste dalle imprese, all’interno di una logica di costante dialogo tra sistemi formativi e mondo del lavoro, verrà semplicemente visto – e utilizzato – come un contratto più o meno economicamente conveniente, scelto unicamente per abbattere il costo del lavoro. Non bastano, quindi, le leggi e gli incentivi: è necessario riscoprire il valore formativo dell’impresa, pensare assieme scuola e lavoro, e quindi scommettere sull’apprendistato come percorso formativo di qualità per favorire la costruzione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, oggi fondamentale dato il disallineamento tra le competenze possedute dai giovani in uscita da scuole e università e quelle effettivamente richieste dal mondo delle imprese».

In questo senso potrebbe giovare un intervento legislativo che, sempre in materia di apprendistato, tenga conto anche di altre specificità tipiche della piccola e micro impresa?
«Come detto in precedenza, l’intervento legislativo da solo non è sufficiente. Altrettanto vero è che l’apprendistato è un contratto di non semplice gestione, in particolare nella sua tipologia di primo e terzo livello, rispettivamente finalizzate al conseguimento di un titolo di studi secondario superiore e di un titolo terziario, accademico e non. Una complessità dovuta dall’incrocio simultaneo di norme lavoristiche nazionali, contrattazione collettiva, norme scolastiche, norme regionali. Le imprese, in particolar modo quelle più piccole, sono quelle oggettivamente più in difficoltà nel gestire questa complessità: potrebbe quindi essere strategico favorire specifiche misure di sostegno e assistenza destinate a queste imprese, per aiutarle nel non sempre semplice obiettivo di “fare apprendistato”, anche attraverso sostegni di natura economica o fiscale. Ciò detto, anche un intervento di questo tipo non sarebbe sufficiente: a monte sta la necessità di un “cambio di passo”, che può essere favorito da chi, con le imprese, dialoga quotidianamente: le organizzazioni di rappresentanza datoriale, grazie alla loro capacità di fare rete, possono accompagnare i loro associati non solo nella gestione della complessità sopra richiamata, ma anche a riscoprire il senso e il valore dell’apprendistato».

Flat tax e partite iva a regime forfettario: Il Corriere della Sera ha parlato di 200 mila partite iva in più rispetto allo stesso periodo del 2018. Di cosa si tratta? Sono nuovi professionisti, o è lavoro subordinato “mascherato”, come denunciato da FIM CISL?
«Il Ministero dell’Economia ha diffuso dati che mostrano una forte crescita delle partite iva nel primo trimestre del 2019, in coincidenza con l’entrata in vigore della nuova flat tax sotto i 65mila euro. I dati non ci consentono di interpretare in modo univoco questo trend, le strade sono almeno due. Da un lato l’età media elevata di coloro che hanno aperto una partita iva ci suggerisce che lavoratori maturi o pensionati abbiano approfittato del vantaggio fiscale per regolarizzare alcune attività che prima svolgevano nell’ambito del lavoro irregolare. Dall’altro è possibile che alcuni lavoratori che si muovono nell’area grigia tra la subordinazione e l’autonomia abbiano optato per definirsi pienamente autonomi per beneficiare del nuovo regime fiscale. In entrambi i casi torna il fatto che il lavoro contemporaneo, che si caratterizza sempre di più per fasi, cicli e progetti, è difficilmente racchiudibile nelle vecchie categorie novecentesche che plasmano ancora la normativa fiscale, oltre che quella lavoristica».

L’introduzione del reddito di cittadinanza prevede il riassetto dei centri per l’impiego e l’assunzione dei cosiddetti “navigator” che dovranno guidare i percettori della misura in un percorso di re-inserimento nel mercato del lavoro. A che punto è questo percorso e come si interfaccia con ANPAL, l’Agenzia Nazionale per le politiche attive, introdotta dal Jobs Act?
«La prova di selezione è prevista tra giugno e luglio. I 3.000 “navigator” selezionati saranno assunti da ANPAL Servizi S.p.A. e inviati presso i Centri per l’Impiego secondo una distribuzione provinciale già prestabilita e concordata con le Regioni. C’è da osservare che la loro funzione ha subito una importante trasformazione durante l’iter di conversione del DL 4/2019. Infatti, originariamente era loro attribuito in sostanza il compito di “presa in carico” del beneficiario del reddito di cittadinanza, con il compito di seguirlo personalmente nella ricerca di lavoro, nella formazione e nel reinserimento professionale, peraltro rendendo difficile cogliere la differenza rispetto al ruolo degli operatori dei Centri per l’impiego (CPI).
seguito della rivendicazione da parte delle Regioni del loro ruolo e competenza sulla attività dei centri per l’impiego e dell’implementazione delle politiche attive, è stata raggiunta una intesa in Conferenza Stato-Regioni che ha determinato un’inversione di rotta, attribuendo ai navigator la funzione di assistenza tecnica e supporto ai CPI, con riferimento alla gestione delle politiche attive a favore dei beneficiari del reddito di cittadinanza, arretrando in seconda linea rispetto agli operatori dei CPI. L’ANPAL avrà pertanto il ruolo prima di formare e poi coordinare i navigator nello svolgere l’attività a loro assegnata.

Si fatica a capire se il reddito di cittadinanza serva a far ripartire i consumi interni o ad aumentare il dinamismo del mercato del lavoro. Lei come la vede?
«Il reddito di cittadinanza (RDC) è innanzitutto uno strumento di contrasto alla povertà, non una politica economica o una misura volta a dinamicizzare il mercato del lavoro. Certamente maggiori risorse economiche a disposizione dei consumatori consentiranno di avere un effetto positivo sulla domanda aggregata. Ma non è questo l’obiettivo del RDC. Si tratta di un intervento che rientra nell’ambito della “assistenza sociale”, consistente in una forma di reddito minimo garantito con l’obiettivo di rispondere alle esigenze di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Si pone in continuità con le misure preesistenti come il sostegno inclusione attiva (SIA) e successivamente il reddito di inclusione (REI), con tuttavia maggiori risorse economiche dedicate sia per il beneficio economico riconosciuto, sia per l’attuazione delle politiche attive collegate, compresa appunto la figura del navigator.

Formazione e nuove tecnologie. Non sembra essere tra le priorità di governo, eppure quasi tutte le categorie rappresentate da Confartigianato stentano a trovare risorse da impiegare in azienda. Come si supplisce a questa carenza?
«Investire nella formazione dev’essere un’assoluta priorità. Le nuove tecnologie generano non soltanto una maggior complessità tecnica, ma una vera e propria rivoluzione del modo in cui pensiamo, e viviamo, il lavoro: si parla, in questo senso, di “nuova grande trasformazione del lavoro”, o di “quarta rivoluzione industriale”.
di là degli slogan, più o meno pertinenti, ciò che dev’essere riportato al centro del dibattito è la necessaria integrazione tra sistemi formativi e mondo del lavoro, a tutti i livelli, e l’importanza della formazione continua nel tempo come strumento di tutela e promozione della professionalità di tutti i lavoratori. Non si tratta, quindi, “semplicemente” di rispondere alle sfide poste dal mutamento tecnologico, ma di investire sui giovani e su tutti i lavoratori per favorire in primis la loro crescita e la loro professionalità. Le imprese che oggi non trovano i profili adatti devono iniziare a costruirli attraverso il dialogo e lo scambio continuo con scuole, università, ITS, e con le altre imprese. Di certo, l’apprendistato di primo e terzo livello sono ad oggi gli strumenti più efficaci per inserire giovani in azienda e dotarli delle competenze effettivamente richieste, riscoprendo i quali le imprese possono iniziare a progettare percorsi formativi efficaci e di qualità».

ITS o corsi di laurea professionalizzanti: quale strumento è più efficace per il nostro sistema produttivo? 
«Sono strumenti che hanno obiettivi diversi e rispondo a logiche diverse: devono quindi essere tenuti separati. Gli Istituti Tecnici Superiori formano i tecnici richiesti dai settori più innovativi e rispondo a precise esigenze formative territoriali, inoltre grazie alla partecipazione alla didattica fornita da professionisti e ai robusti periodi d’alternanza in azienda, hanno una forte vocazione professionalizzante. La sperimentazione delle lauree professionalizzanti favorisce la diffusione di un modo nuovo di fare università, ma ad oggi gli elementi per giudicarle sono ancora pochi: di certo, il rischio è che rimangano una riproposizione di logiche e metodi accademici, con la semplice aggiunta di un periodo di lavoro. Ciò di cui si ha bisogno, oggi, non è di “aggiungere” ai normali percorsi d’istruzione periodi di stage aziendali, un po’ di pratica alla teoria: oggi siamo davanti alla sfida di ripensare che cosa vuol dire istruzione, formazione, lavoro, termini che vanno pensati assieme, non solo accostati o avvicinati. Così intesi, ITS e Università possono essere strumenti fondamentali per la crescita economica, produttiva e sociale del nostro Paese».

 

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