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L’anno difficile della meccanica made in Italy

23 Dicembre 2019

«Non escludiamo rincari sui laminati». A complicare il quadro difficile per la meccanica made in Italy in questo ultimo scorcio di anno, mancava solo la crisi dell’ex Ilva.
sintetizzare le possibili ricadute, in termini di costi della materia prima, è un importante fornitore bresciano sentito dalla nostra associazione.
«Pur non vendendo acciaio prodotto nello stabilimento ex Ilva – precisa l’intervistato che ha preferito rimanere anonimo – è evidente che le ricadute di questa crisi si avvertiranno sui nostri clienti». Per chiarirsi, piccole e medie aziende del comparto metalmeccanico.

Ad acquistare l’acciaio prodotto nell’impianto siderurgico di Taranto infatti (circa 6 milioni di tonnellate1 quelle autorizzate dall’Aia nel 2019 ndr.) non sono solo grandi industrie. Secondo le stime fornite da Marco Patucchi su Repubblica2 i clienti di Arcelor Mittal “per il 18% sono aziende automotive (Fca su tutte), per il 17% sono attive nelle infrastrutture, per il 15% finisce nel settore dei fusti, per il 10% è rappresentato dalle lamiere, per il 7% lo utilizzano i produttori di elettrodomestici e per il 3% l’agroalimentare con la banda stagnata impiegata per i barattoli. Resta una quota del 30% che finisce a distributori e trasformatori (tra questi, il gruppo Marcegaglia produttore di tubi ndr.) che a loro volta forniscono i settori auto, infrastrutture e meccanica”.

Le cause

I primi indizi della “nuova” crisi si registrano a fine 2018, con un sensibile rallentamento della domanda tedesca, primo mercato di sbocco per la meccanica nostrana e grande utilizzatore di acciaio. Secondo le stime diffuse durante l’European Steel Conference 2019, svoltasi a Milano lo scorso 30 ottobre, il settore automotive ha assorbito il 10% in meno di acciaio rispetto allo stesso periodo 2018. Mentre stando ai dati diffusi dall’Ufficio federale di statistica Destatis (l’Istat tedesco ndr.) in Germania la produzione manifatturiera è scesa del 4,3% su base annua. Il dato peggiore da fine 2009.
ripercussioni sui distretti italiani3 secondo l’omonimo monitor di Intesa Sanpaolo, hanno prodotto una minore domanda di made in Italy che ha coinvolto ben 91 territori italiani (come nel 2009 ndr.).
essere “interessati” dal calo dell’export verso Berlino sono alcune tra le province a maggior vocazione meccanica. A Lecco per esempio le imprese del comparto hanno ceduto in tre mesi quasi 35 milioni di euro, circa il 20% del valore realizzato verso la Germania. Situazione simile nel bresciano, dove il calo è quantificato in 31 milioni di euro rispetto alle esportazioni dello stesso periodo del 2018.
cause di questo stop sono da ricercarsi nella crisi dell’industria automobilistica, penalizzata dal cambio delle regole di omologazione e dalle incognite legate alla transizione verso nuove motorizzazioni, quella elettrica in primis. Ma anche nella sfibrante guerra dei dazi tra Usa, Cina e conseguentemente Europa. Un mix che nei primi otto mesi del 2019 ha visto un calo nella fabbricazione di auto tedesche pari a circa 400mila vetture rispetto all’anno precedente4. Tradotto: brusca frenata di ordinativi di componentistica (impianti frenanti, carter, parti motore, etc) per le nostre imprese.

Se Berlino piange Roma non ride

A soffrire maggiormente, secondo un altro studio prodotto a fine ottobre da Intesa e Prometeia, sono dunque le aziende inserite nelle catene del valore dell’Automotive: dalla metallurgia ai prodotti in metallo, dall’elettrotecnica agli altri prodotti intermedi (gomma-plastica), e intermedi chimici.  Ma anche i costruttori di macchine e robot made in Italy soffrono questa situazione.
le stime fornite da Ucimu, la sigla datoriale che li raggruppa, gli ordinativi dall’estero sono diminuiti nel terzo trimestre 2019, di circa il 14%. Un quadro che – sempre secondo lo studio di Intesa e Prometeia – dovrebbe migliorare per la meccanica solo nel corso dell’anno prossimo. Nel frattempo però diminuiscono fiducia e investimenti produttivi.

L’auspicio

A fronte di tutto questo e in prossimità della Legge di Bilancio 2020, è quindi urgente la ripresa di una politica industriale coerente – riacciuffata solo in extremis dal precedente esecutivo, grazie ad alcuni provvedimenti inseriti nel cosiddetto DL Crescita – che favorisca investimenti in tecnologie e conoscenza. È poi indispensabile favorire percorsi di internazionalizzazione e diversificazione che compensino l’eccessiva dipendenza delle nostre imprese verso la Germania.
compito quest’ultimo su cui anche la nostra associazione può dire la sua.

Per maggiori informazioni
Lazzari
categoria Meccanica Lapam
livio.lazzari@lapam.eu
89 3111

1 In Italia si producono 8,5 milioni di tonnellate di acciaio coils (prodotti piani). L’import è di 5,6 milioni tonnellate. Se chiudesse l’ex Ilva l’import salirebbe a più di 10 milioni di tonnellate.

2 Articolo apparso su “la Repubblica” il 14 novembre 2019

3 Analisi dei distretti industriali maggio 2019

4 Si legga anche articolo apparso su “Il Sole 24 Ore” il 24 settembre 2019 a firma di Luca Orlando

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