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Manifattura da difendere, ad ogni costo

22 Dicembre 2015

«A volte la spiacevole sensazione che provo è che non solo gettiamo il bambino con l'acqua sporca, ma che addirittura dopo aver gettato il bambino l'acqua sporca ce la teniamo».

Erio Luigi Munari, presidente Lapam Confartigianato, è preoccupato. «Il dibattito che sta emergendo in questi giorni sull' importanza di tenere la manifattura nei nostri territori è semplicemente quello che andiamo dicendo da anni, sistematicamente inascoltati.

È vero che i dati sull' export sono importanti e positivi, ma sappiamo tutti che si tratta di dati da leggere in modo aggregato e non a pezzi, come se fossimo al mercato. Se è vero, come è vero, che oltre all' export aumenta di pari passo l' import di semilavorati (mi riferisco in modo particolare a metalmeccanica e tessile), questo significa che facciamo esportazioni con le importazioni e non con la nostra manifattura. Manifattura che, in un mondo normale, andrebbe difesa con le unghie e con i denti, con strumenti legislativi all' altezza delle sfide che i mercati globali ci pongono dinanzi e con politiche territoriali di grande impatto. So di dire cose scomode – prosegue Munari – ma i nostri amministratori devono suonare la carica, mettersi al fianco di noi imprenditori e non lasciarci soli, in prima linea, a combattere con armi spuntate un avversario che ci aggredisce senza pensarci due volte».

Il presidente Lapam è un fiume in piena:

«Agevolare le imprese, tutte le imprese e non solo le punte di eccellenza, far sì che le filiere d' impresa sian mantenute favorendo sia i piccoli che chi è più strutturato, dare strumenti concreti per fare in modo che chi ha delocalizzato torni a produrre nelle nostre aree, fare politiche che diano forza ai distretti manifatturieri di casa nostra, difendere il 'full Made in Italy' attraverso strumenti e marchi: queste sono alcune delle priorità da portare avanti senza indugio. E – conclude Munari – anche ragionare di area vasta senza lasciarsi condizionare da personalismi che nel 2015 non hanno senso di esistere. Il territorio di Modena e Reggio Emilia semplicemente non può rimanere diviso, perché è unito (oltre che dalla storia) da distretti manifatturieri, da istituzioni, da logiche di mercato che non capiscono i tentennamenti e i ritardi della politica».

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