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“Il digitale non è uno strumento, è un linguaggio. Ecco perché dovete conoscerlo”

Industria 4.0 e il codice digitale

Dal punto di vista tecnologico, l’industria 4.0 si basa su una famiglia di applicazioni e strumenti molto composita, che affrontano problemi specifici e sono pensate per settori molto diversificati. Se pensiamo a mondi come la stampa 3D o l’Internet of Things (IoT), la realtà virtuale o la robotica collaborativa, oppure guardando ancora più lontano alla block chain o al 5G che metterà in comunicazione i macchinari nelle fabbriche e le automobili nelle città, ci accorgiamo che queste tecnologie hanno solo una cosa in comune: il codice digitale.
digitale però non è uno strumento, un attrezzo fra gli altri; è una vera e propria lingua che sta cambiando il modo in cui comunichiamo, la nostra cultura, i nostri modelli di lavoro, la forma stessa della società. 

In un recentissimo libro, "Macchine e Umani. Re-immaginare il lavoro all’epoca dell’intelligenza artificiale" (la traduzione per i tipi di Guerini e Associati è in uscita nel 2019), Paul Daugherty e James Wilson di Accenture, hanno schematizzato il modo in cui ci si influenza e completa a vicenda: le macchine conferiscono agli uomini “superpoteri” dovuti all’amplificazione delle loro capacità, alla facilità di interazione, all’incorporazione di alcune capacità umane; gli uomini educano le macchine addestrandole, offrendo spiegazioni di crescente complessità, sostenendole nella loro “missione” di acquisire intelligenza". 

Come tutte le lingue, anche quella digitale si apprende facendo pratica. Su questo piano – ecco la novità – la lingua digitale si sta rivelando molto più semplice del previsto: forse per la prima volta nella storia dalla rivoluzione industriale, non siamo noi a dover apprendere il linguaggio delle macchine per poterle manovrare, invece sembra che le nuove macchine siano sempre più in grado di apprendere da noi, con la nostra lingua.

Due esempi

Due esempi fra tutti. Alexa, il celebre assistente vocale (smart speaker) di Amazon, risponde a domande poste a voce di varia natura, esegue ricerche su Internet (ricette, meteo, traffico), ricorda gli appuntamenti, chiama un taxi e fa acquisti e-commerce, riproduce musica o altri contenuti multimediali, può controllare utenze e elettrodomestici in casa.
mondo della produzione, un piccolo robot collaborativo viene programmato direttamente dagli operai in officina: l’uomo mostra al cobot (collaborative robot) la mansione a gesti, e la macchina sarà in grado di assimilarla e riprodurla all’infinito.
un dispositivo come Alexa riguarda più che altro la società 4.0, tecnologie come i cobot, dai costi sempre più contenuti, mostrano che l’industria 4.0 non vale solo per le grandi imprese, con cospicue disponibilità finanziarie e competenze tecnologiche internet di alto livello…un luogo comune sempre meno fondato.

Ancora più straordinaria è l’evoluzione delle interfacce digitali. Chi conosce le imprese sa quanto ostico sia apprendere il funzionamento di software industriali o gestionali, pensati per “non farsi capire” ma il cambiamento in questo campo è in atto ed è dovuto alla semplificazione delle interfacce, sempre più intuitive e somiglianti a quelle che ritroviamo sul nostro smartphone.
grande produttore di materiale elettrico per l’industria sta lanciando una piattaforma in cloud che sarà in grado di visualizzare su una pagina web, personalizzata per singola azienda, tutte le informazioni di funzionamento provenienti da sensori e interruttori disseminati sugli impianti; questa piattaforma mostrerà con grafici semplici i consumi e gli scostamenti oppure elementi specifici tratti da sensori di temperatura, frequenza, usura. Cosicché anche un piccolo produttore potrà tenere sotto controllo uno degli aspetti centrali della rivoluzione 4.0: l’energia. 

Dalla comprensione del linguaggio all'applicazione in fabbrica

Per queste ragioni molto pratiche, capire meglio la lingua e la cultura digitale è un passaggio chiave nell’organizzazione delle fabbriche, degli esercizi commerciali, degli uffici che si fanno intelligenti. Del resto l’industria 4.0 non riguarda affatto la sola produzione di beni materiali, anzi secondo molti osservatori dispiegherà i propri effetti benefici, o nefasti se non sapremo interpretarla in tempo, proprio nel settore dei servizi.
tutte queste ragioni è importante conoscere le “regole” della relazione tra la lingua digitale e le persone che avranno in mano i nuovi strumenti. Comprendere a fondo le abilità, i problemi, le diffidenze e i bisogni reali degli utilizzatori finali (i cosiddetti users ovvero lavoratori e imprese) è il punto su cui si sta concentrando l’attenzione di tutti i produttori di strumenti digitali, in una direzione precisa: sviluppare sistemi facili da usare, al punto da non richiedere addestramento specifico. Si tratta di una decisione di grande portata, soprattutto per le implicazioni che riverbera sul sistema dell’addestramento (strumentale), della formazione (tecnico-pratica), dell’educazione (culturale) dei lavoratori. In sostanza, mentre si supera il problema di progettare lunghi addestramenti sull’uso delle tecnologie, emerge un problema del tutto nuovo legato all’accettabilità della trasformazione.

In questo campo, la tecnologia digitale può darci una mano. Il senso ultimo della lingua digitale è l’essere composta da moduli, sempre manipolabili perché sono aperti, versatili e ricomponibili in formati finali diversi. Questa modularizzazione ci aiuta a capire che un processo di lavoro può essere integrato passo dopo passo, riconnettendo fra loro isole che in azienda non sono state abituate a lavorare in modo sincrono, talvolta neppure a relazionarsi in modo efficace. Il principale problema è dunque immaginare un’ossatura flessibile che attraversa l’impresa, darle intelligenza, connettere e integrare le parti agendo per step successivi. Sul piano organizzativo, è comune in questi approcci formare squadre capaci di analizzare i problemi e trovare soluzioni in modo autonomo, allontanandosi una volta per tutte dalla logica “si è sempre fatto così”. Queste squadre invece devono sentirsi libere di sperimentare, anche sbagliare correggendosi in fretta, sentire l’opinione dei collaboratori dell’azienda e certamente dei clienti – in pratica mettere a sistema, conferendole ordine e metodo, ciò che per un'impresa artigiana è del tutto naturale. In definitiva il motto è standardizzazione e variabilità, parole chiave anche della lingua digitale.

È del resto sempre più evidente che artigianalità e tecnologia non soltanto possono convivere ma si rafforzano a vicenda: la prima facendo un salto in avanti verso una cultura dell’organizzazione che fatica a entrare nelle piccole imprese; la seconda proponendo soluzioni e prodotti alla giusta scala. In risposta all’immagine dell’automazione che espelle l’uomo dai processi sostituendolo con la macchina, l’impresa artigiana porta avanti un modello opposto, basato su una visione “ecosistemica” del rapporto fra uomini e macchine, una nuova convivenza, dietro la quale si intravede la silhouette di una via italiana all’industria 4.0. Nella trasformazione in atto, l’esperienza resta il valore centrale, anche quando l’artigiano digitale cambia il modo di accumularla e metterla in pratica. Oggi come sempre, la prima necessità delle imprese – e lo dichiarano – sono persone che sanno costruire esperienza insieme agli altri.

L'autrice dell'articolo

Tatiana Mazali, sociologa dei processi culturali e comunicativi ed esperta di media digitali, è ricercatrice al Politecnico di Torino. Ha scritto insieme ad Annalisa Magone “Industria 4.0, uomini e macchine nella fabbrica digitale” e “Il lavoro che serve”, entrambi editi da Guerini e Associati

 

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