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Comunità energetiche, tutti le vogliono ma mancano le regole

Claudia Carani di AESS, l’Agenzia per lo sviluppo sostenibile, ESCO che lavora principalmente per gli enti pubblici della provincia di Modena e della città metropolitana di Bologna, sta sviluppando un progetto di Comunità energetica nel quartiere bolognese del Pilastro, ribattezzato GECO. L’abbiamo raggiunta per capire se questo modello è appetibile anche per le imprese. 

Dottoressa Carani, la normativa europea recepita anche dal nostro ordinamento, prevede che le comunità energetiche rinnovabili debbano essere collegate ad una stessa cabina primaria. Cosa significa?
«È un vincolo territoriale che stabilisce quanto può essere grande e chi può far parte di una comunità energetica. La direttiva europea stabilisce infatti che le comunità energetiche abbiano una dimensione territoriale e debbano svilupparsi nella prossimità degli impianti che producono energia da fonti rinnovabili. Ogni paese ha recepito questo vincolo in modo diverso. Ad esempio in Olanda per definire l’ambito territoriale delle CER hanno scelto il codice di avviamento postale, in Francia una distanza massima di 1 Km dall’impianto. Noi abbiamo scelto la cabina primaria».

Che tipo di vincolo rappresenta?
«È indispensabile per capire chi sta fuori e chi sta dentro ad una specifica comunità energetica. Possono essere membri o soci della comunità energetica solo i consumatori, come ad esempio le imprese o i condomini, collegati ad una stessa cabina. È bene fare una precisazione. La dislocazione delle cabine primarie è un’informazione sensibile. Siamo quindi in attesa dei decreti attuativi della normativa italiana, in particolare di una direttiva ARERA, per avere un quadro complessivo delle cabine e quindi per delimitare meglio i confini di pertinenza per ciascuna di esse». 

Per intenderci se ho 10 aziende in un distretto che vogliono costituire una CER, queste devono collegarsi tutte alla stessa cabina primaria?
«Sì. Sarà quindi indispensabile profilare i consumi di ciascuna impresa e dimensionare gli impianti per la produzione di energia rinnovabile attraverso uno studio di fattibilità e poi, nello statuto della CER, sarà necessario indicare preventivamente la potenza minima per accogliere ciascuno dei membri ed altri eventuali interessati. Altrimenti avrò troppa domanda e poca offerta di energia».  

Che ruolo giocano le ESCO come AESS o le società che forniscono energia?
«Secondo la normativa europea non possono essere membri della comunità energetica, ma possono studiare e realizzare l’impianto ed essere remunerati nel tempo attraverso un canone, mensile o annuale, corrisposto dalla comunità energetica. In pratica la comunità energetica percepisce un incentivo da parte del GSE (il gestore dei servizi energetici ndr.) e una quota di questo incentivo viene utilizzata per remunerare questi investitori». 

Immagino che l’investitore investa dove vede un ritorno. Per intenderci, la società energetica sarà interessata ad investire se l’impresa intende installare un grosso impianto. Altrimenti dov’è la convenienza?
«È così. Diciamo che 1 kW equivalgono approssimativamente a 10 mq di impianto fotovoltaico. Impianti piccoli non sono appetibili, ma le cose cambiano con impianti da 1 MW, quindi con impianti da 10mila metri quadri». 

In questo senso la normativa di riferimento il d.lgs 199/2021 ha corretto un’anomalia rispetto alla prima legge italiana che parlava di CER, il decreto milleproroghe del 2020. Quella cioè della potenza massima per ciascun impianto…
«Sì, la normativa è passata da 200 kW a un 1MW per ciascun impianto installato. Questo permette di ammortizzare meglio i costi di installazione. A parità di potenza è quindi più facile abbattere i costi per kW di fotovoltaico e sistemi di accumulo installati. Avere impianti grandi aiuta ad avere costi più bassi».

Le associazioni datoriali lamentano un altro aspetto delle CER, l’assenza di finalità di lucro…
«Le comunità energetiche non possono avere tra i propri membri imprese che lucrano sull’energia, come appunto ESCO o società che vendono o distribuiscono energia che devono quindi figurare come installatori o fornitori degli impianti. Tuttavia le imprese ricevono un incentivo dal GSE sulla quota dell’auto consumo collettivo che effettivamente realizzano, la quota restante, cioè quello che non consumano, può essere restituita alla rete al prezzo di 5 euro al MW oppure rivenduta a soggetti terzi».  

Oggi le imprese che intendono installare un impianto fotovoltaico hanno a disposizione un credito di imposta al 6% per tre anni. Oltre a questo c’è la tariffa incentivante prevista dalla normativa sulle CER. Un po’ poco non trova?
«Su questo fronte dobbiamo attendere i decreti attuativi previsti per giungo 2022. Diciamo che il vantaggio maggiore per le imprese è rappresentato dall’auto consumo diretto che si traduce in un mancato costo. Il fatto poi di poter cedere l’energia non consumato ad altri è sicuramente interessante». 

Come si concilia la normativa nazionale con quella allo studio di Regione Emilia Romagna?
«Diciamo che la legge regionale serve per dare indicazioni precise su come costruire i bandi regionali con le risorse previste dai fondi strutturali europei POR-FESR».

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