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Vivere e raccontare la montagna

2 Settembre 2019

Giornalista, alpinista, scrittore di viaggi, Gian Luca Gasca ha affrontato a piedi molte vette alpine e alcune belle cime extraeuropee, senza però tralasciare i nostri Appennini ricchi di storia e potenzialità turistiche e non solo. Lo abbiamo raggiunto in vista del nostro evento “Appennino Ways” in programma giovedì 5 settembre a Montese, di cui sarà ospite insieme alla professoressa Livia Vittori Antisari, presidente Suoni d’Appennino e a Marco Repezza, professore di Marketing e Nuovi Media alla Bologna Business School.

Gian Luca, cosa significa per te raccontare la montagna?
«Be’ all’inizio era una passione poi col tempo si è trasformata in un lavoro. Oggi faccio il giornalista a tempo pieno e mi occupo di montagna quotidianamente, spaziando dalla cultura alla pratica alpinistica, passando naturalmente per i pregi o le problematiche che riguardano la vita in quota. Rimane però essenzialmente la mia più grande passione».

Nel tuo viaggio sugli Appennini italiani, raccontati in “Mi sono perso in Appennino” (Ediciclo Editore 2018) cosa hai trovato?
«Sono partito dal colle di Cadibona (provincia di Savona ndr.) e sono arrivato fino alle Madonie in Sicilia. Ho quindi percorso tutta la catena Appenninica, soffermandomi molto sulla parte tosco emiliana. Qui ho avuto l’occasione di conoscere alcune realtà molto interessanti, comunità e associazioni che contribuiscono attivamente a mantenere vivi i vostri Appennini. In generale però ciò che ho incontrato nel mio viaggio sono territori che si stanno disgregando spopolandosi, ma dove è ancora possibile – e per fortuna – trovare persone con la voglia di mantenere vitali la cultura delle cosiddette “Terre Alte”. Purtroppo queste persone raramente sono supportate dalle loro comunità o dalle istituzioni locali, ma nel caso dell’Appennino Tosco Emiliano posso dire di aver trovato economia, giovani e un interessante fenomeno…».

Cioè?
«Come le Alpi anche gli Appennini stanno vivendo una sorta di controesodo dopo le migrazioni verso le città degli anni ’60 e ’70.
che la crisi economica ha innescato un ritorno verso i borghi e i territori che erano stati abbandonati anni addietro. Diverso il discorso per altre parti degli Appennini, penso a quello campano o laziale, dove si è persa quasi del tutto la cultura della vita in quota e dove i paesi sono ridotti spesso a dormitori».

Credi che l’Appennino sia destinato “inesorabilmente” a spopolarsi, o al contrario sia un territorio di frontiera, pronto a sostenere nuovi modelli economici?
«Come ha ricordato recentemente anche il climatologo Luca Mercalli, le montagne torneranno ad essere di moda con il riscaldamento globale perché se è vero che cercheremo temperature più fresche è chiaro che lo faremo in quota. Ma le montagne sono da riscoprire anche da altri punti di vista.
prova è ciò che sta succedendo in Calabria, le cui montagne erano conosciute per essere territori dove venivano nascoste le vittime di rapimenti e sequestri di persona e dove oggi il turismo sta creando economia. Se pensiamo poi alle possibilità legate all’agricoltura biologica o a chilometro zero, le montagne possono senz’altro essere territori di sviluppo».

Esiste un modello economico che si ripete sulle montagne italiane?
«È una domanda difficile. Uno di quelli che secondo me funziona meglio è quello degli alberghi diffusi, ma anche le realtà agricole che si uniscono per vendere e promuovere ciò che producono è funzionale. Un esempio in questo senso è quello della Valpelline in Valle d’Aosta, l’unica valle in regione a non avere una funivia, quindi poco frequentata dal turismo e dall’interesse pubblico. Ebbene in questa zona fino a 15 anni fa salivano poche centinaia di persone l’anno, oggi grazie all’associazione NaturaValp, che ha raggruppato agricoltori, allevatori, produttori di fontina e albergatori, la tendenza è cambiata e i turisti interessati a riscoprire questo territorio sono saliti a diverse migliaia all’anno».

Come deve approcciarsi il turista alla montagna?
«Be’ sicuramente con una mentalità diversa alla monocoltura dello sci. Bisognerebbe abbandonare un po’ dei cliché che per anni hanno condizionato la nostra idea di montagna e cercare di mettersi nei panni di chi vive in quota tutto l’anno, con ritmi e tradizioni molto differenti rispetto a chi vive in città o in pianura».

E invece le istituzioni che ruolo devono avere nel rilancio della montagna?
«Anche qui il discorso è simile. È difficile pensare che da Roma la politica possa capire le problematiche di chi vive a Porretta Terme, per fare un esempio. Quindi sicuramente sarebbe utile ascoltare di più i sindaci delle zone montane e soprattutto cercare di portare in quota i servizi essenziali nel 2019 quindi internet, la posta, i centri medici».

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